Sessolochiedessi – Ost. Silvia Boselli

Benvenut* alla prima intervista della serie #sessolochiedessi! Quando abbiamo scelto di dedicare uno spazio del blog a espert* che trattano di sessualità, anatomia, femminismo, riproduzione e molto altro, Silvia Boselli, la nostra ostetrica del cuore, è stata la scelta più ovvia per inaugurare la serie. Le vogliamo davvero un bene dell’anima e nel proporle l’intervista eravamo certi che le risposte avrebbero messo in luce non solo la sua professionalità, ma soprattutto la sua personalità. Perché in quest’intervista non c’è esclusivamente il parere di un’ostetrica, ma in primo luogo di una donna: Silvia. Meravigliosa, divertente e unica. Ed eccola tutta per voi.

Prima di tutto, grazie per aver accettato di rispondere alle nostre domande! Iniziamo con qualcosa di ovvio: ti sei iscritta all’università a 29 anni per studiare Ostetricia, una tua fortissima passione. Chi ti segue su Instagram ha ben chiaro il tuo immenso amore per la professione di ostetrica, ma scaviamo un po’ più a fondo: da cosa è scaturito questo tuo interesse e come ti sei resa conto che era ciò che desideravi perseguire?

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Ultimo giorno di tirocinio

Sarà anche ovvia, ma è difficilissima! Conoscevo sin da piccola l’ostetrica che ha aiutato mia mamma e me a nascere e pensavo che quel tipo di professione fosse troppo difficile per me, soprattutto per il rapporto che immaginavo si creasse con la coppia, in particolare con la donna. Pensavo che l’ostetrica fosse una figura sacra e misteriosa e io non mi sono mai sentita, né mi sento ora, così. Allo scadere dei 28 anni, mentre mi logoravo sul mio futuro, mi è venuta in mente dal nulla la parola “ostetrica” e da lì ho capito che forse era quello che volevo fare. Sottolineo forse perché l’ho capito davvero solo durante il primo giorno di tirocinio, che è stato – badate bene – in ostetricia e non in sala parto.

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Foto con Bianca, ultima bimba, e la mamma Stefania

Per quanto riguarda i tuoi studi universitari di Ostetricia, quali sono stati gli aspetti più difficoltosi che hai incontrato lungo il percorso accademico, e quali invece i più soddisfacenti?

La difficoltà maggiore di Ostetricia credo sia l’organizzazione del proprio tempo. Fra lezioni 9-18 con obbligo di firma, tirocinio (quasi 2800 ore in 3 anni, ovviamente non pagati) e le sessioni d’esame, arrivavo a febbraio e giugno come un fantasma che non usciva di casa neanche per andare al giapponese (con sommo sacrificio). Dopo aver fatto due notti consecutive, l’unica cosa che desideravo era morire sul divano guardando Grey’s Anatomy, il che mi obbligava poi ad ammazzarmi di studio per dare gli esami entro il secondo appello, perché se ti fermi sei perdut*! Le soddisfazioni più grandi sono sempre quelle che provengono dalle pazienti: rinforzano la motivazione, ti spingono a fregartene di quello che stai perdendo, facendoti concentrare su quello che stai imparando prima di tutto come donna e poi come ostetrica.

Tra tutti i corsi da te frequentati per ottenere la laurea, ce n’è uno in particolare che ti ha segnata positivamente e che ti porti dietro in maniera diversa rispetto agli altri? E uno che hai trovato invece piuttosto ostico da affrontare?

Ostici tutti quelli per i quali dovevo imparare a memoria gli elenchi puntati. Purtroppo la trovo una cosa così degradante per l’intelligenza che fatico ad impegnarmici. Allo stesso tempo, per molti professori pare sia l’unico modo per testare la preparazione dello studente. Ok, ottenevo buoni risultati anche in quelli, ma poco meritati perché ora ricordo pochissimo. I migliori sono stati quelli dove potevo ragionare ad alta voce ed essere me stessa: all’esame di Psicologia ho parlato addirittura di gatti e Matrix! I miei esami preferiti erano quelli con la mia professoressa e relatrice del cuore, ma tanto ho visto che c’è una domanda in merito più avanti, quindi non spoilero.

Se solo potessi (see what we did there?) tornare dalla Silvia ventinovenne fresca di immatricolazione universitaria, sicura della sua passione ma non per questo priva di dubbi, che cosa le diresti? Quali consigli o accorgimenti le daresti in merito al percorso accademico e lavorativo che le si prospetta davanti?

Le direi: “Silvia cara, piangi meno e lotta di più. Fregatene dei commenti, delle invidie sciocche e delle ripicche, sorridi e vai avanti oppure fermati e rispondi.” C’è stato un periodo nerissimo in cui ogni doccia post turno era solo pianti, in cui essere mandata da sola a lavare i ferri chirurgici era l’unica cosa che mi faceva stare tranquilla. A quella Silvia direi che ce la farà nonostante tutto.

Personalmente riteniamo sempre interessante parlare dei propri mentori e figure di riferimento, perciò ci piacerebbe parlare dei tuoi. Quali figure, in qualunque campo, presente o passato, sono per te fonte di ispirazione, stima ed esempio da seguire?

Le mie eroine sono le dottoresse Montessori e Levi Montalcini, le stimo per come hanno vissuto le loro carriere, per come hanno perseguito i loro obiettivi in maniera decisa, per come le ombre dovute ai loro caratteri e al periodo storico in cui vivevano non le hanno cambiate. Per quanto riguarda invece i mentori, non posso che parlare della prof.ssa Cromi, mia insegnante e relatrice. Io mi riscriverei adesso solo per rifare lezione con lei, per come è in grado di trasmettere passione ed amore per la professione e per il suo bagaglio di conoscenze. Elenchi puntati scansatevi, benvenuto ragionamento critico.

Parliamo adesso della pratica dell’ostetricia, del contatto diretto – o indiretto – con le pazienti: quali sono per te gli aspetti più soddisfacenti di questo lavoro, e quali invece i più duri da affrontare?

In ospedale come nella libera professione, credo che l’aspetto più duro riguardi lo scontro con la burocrazia: la nostra è una professione di contatto e dover compilare miliardi di fogli non aiuta. La medicina difensiva è l’altro enorme iceberg di cui pensi di conoscere le dimensioni, ma c’è sempre una parte nascosta con lo stesso effetto letale Titanic-style sulla propria autostima e carriera. Alla fine quelle che ti salvano dal dire “mollo tutto e vado a far nascere vitellini” (se chi legge fa nascere vitellini, mi chiami, mi scriva, mi mandi un’Edvige che accorro subito, si accettano anche agnellini) sono proprio le pazienti, sia nel pubblico che nel mio studio. Sorrisi e miglioramenti ripagano sempre gli sbattimenti.

Ovviamente sempre rispettando l’anonimato delle donne con cui lavori, ti andrebbe di raccontarci un’esperienza o un caso che ti ha segnata particolarmente in questi anni? Quali insegnamenti e riflessioni ne hai potuto trarre?

Finora ho assistito la nascita di 63 bimb*, ma prima di poterlo fare ho guardato la nascita di altrettant* bimb*. Una bimba, H., mi è rimasta per sempre nel cuore. Sua mamma era una ragazzina di 18 anni, spedita in India per sposarsi con un ragazzo che non aveva mai visto. Torna a casa gravida. La fanno smettere di studiare, ma lei voleva diplomarsi. In travaglio mi chiede di spiegarle Manzoni perché a lei i Promessi Sposi piacevano. Tra una contrazione e l’altra mi chiede del mio esame di maturità (non sono stata a spiegarle che avevo 30 anni) e del test d’ingresso. Mi dice che sua figlia non la vorrà vedere. È un travaglio lungo e difficilissimo, sia dal punto di vista ostetrico che mentale. Lei non vuole nessuno dei suoi familiari nella stanza, siamo io, lei, le ostetriche di turno e la ginecologa. Quando è il momento di spingere non ci riesce e piange, H. nasce praticamente da sola. Come moltissimi neonati ha un po’ di pelurietta sul volto e sulle spalle. È l’unica cosa che sua mamma nota, dicendole: “Mi spiace che prenderanno in giro anche te”. Noi le spieghiamo che sono peli normali, che cadranno, ma non vuole più sapere niente. Non vuole tenere in braccio H., ma vuole che ci sia io con la bimba mentre le faranno il bagnetto e la vestiranno. Io spero tantissimo di non dimenticare mai quella ragazza-donna-mamma e la sua bimba. Mi sono sentita in colpa nei suoi confronti per essere stata obbligata a leggere I Malavoglia e non a sposare uno sconosciuto.

Passiamo ora ad un argomento decisamente più pesante ma fondamentale: la violenza ostetrica, un abuso fisico e/o psicologico di cui si parla ancora poco, pur essendo una situazione assolutamente reale. Qual è la tua opinione in merito? Quali ritieni possano essere le strategie migliori per affrontare la questione?

Io penso che la violenza ostetrica sia terribile, non mi appartiene e spero non mi apparterrà mai. Perché lo posso solo sperare e non affermare? Perché credo che il substrato della violenza ostetrica siano il burnout dei professionisti sanitari che ruotano attorno alla sala parto e la medicina difensiva, che portano inevitabilmente a carenze comunicative nefaste. Non sono immune a nessuna delle due cose, soprattutto alla seconda.

Un professionista della gravidanza è sottoposto ad uno stress enorme (ha due pazienti a cui pensare, non uno, a volte con bisogni contrapposti), lavora su turni e riceve lo stesso stipendio di un operaio. L’ostetrica che “fa nascere i bambini” guadagna come un’operaia che fa nascere automobili, ma il suo è un lavoro di altissima responsabilità con un tasso di denunce altissimo. Di queste denunce, l’80% non dà esito per il denunciante, ma lascia il segno sul denunciato. Spesso si rimane terrorizzati, congelati, a volte si diventa rabbiosi per il torto subito. L’ambiente di lavoro influisce sui lavoratori, il modo in cui i pazienti si approcciano può aumentare lo stress di professionisti che vivono al limite (suggerirò a RealTime una serie). Non voglio fare un banalissimo blame the victim, vorrei che prendessimo in considerazione anche l’altra faccia della violenza ostetrica, ossia quella perpetrata sui professionisti. Facendo così, il quadro della situazione risulta completo e si può provare a comprenderne le cause, per poi agire e migliorare.

Detto questo, la violenza ostetrica è qualcosa che mi offende come professionista e come donna. Il pressapochismo con cui ci si approccia alle coppie, il “si è sempre fatto così”, la decisione di non aggiornarsi (anche se i corsi di aggiornamento dovrebbero essere gratis per il professionista…) vanno a ledere il diritto di informazione del paziente sancito dalla nostra cara Costituzione. Questi comportamenti, di poche mele marce, ledono tutta la categoria e fanno male a chi invece lavora bene. Sul web si leggono racconti in cui la non comprensione è stata la causa, altre racconti sono da brividi ed il burnout non basta a giustificare quanto avvenuto.

La primissima cosa da fare se si pensa di essere vittima di violenza ostetrica è quella di scrivere all’Ufficio Relazioni al Pubblico (URP) dell’ospedale descrivendo dettagliatamente quanto successo. Un confronto con gli operatori coinvolti nell’immediato potrebbe modificare il vissuto di quel parto, perché il parto dovrebbe essere vissuto positivamente. Positivo anche quando avvengono cose non prevedibili e prevenibili. Ci ho scritto la tesi, quindi ci credo. Dovremmo solo imparare a raccontare meglio quello che stiamo facendo e il perché, e a non isolare chi accompagna la gravida-partoriente-puerpera. Aiuterà anche i dirigenti medici ed ostetrici a capire meglio come funziona il reparto e a migliorarlo. La coppia e il/la bimb* nella pancia sono i veri protagonisti del parto, i professionisti ostetrici hanno il ruolo da non protagonista. Questo ruolo non è meno difficile né meno degno di Oscar, è solo diverso. Per avere l’Oscar come miglior parto (qualsiasi imprevisto accada) è fondamentale che tutti gli attori collaborino al massimo delle loro forze.

“Credo nelle donne. Ci credo così tanto da dedicarmi a loro con tutta me stessa”. Questo recita la tua bio su Instagram, e traspare in tutto ciò che fai. Cosa significa per te questa frase nella quotidianità e come la rifletti nel tuo lavoro?

Mi mettete in super difficoltà. Per la seconda volta. Penserò a come restituirvi il favore. Io credo che semplicemente sia una cosa che sento da sempre. La tesina delle superiori era sul femminismo. Mi piace il mondo femminile, il corpo femminile, la farmacocinetica applicata al sesso femminile, la gravidanza. Credo che possiamo fare tutto, quindi anche io voglio fare tutto! Voglio divulgare, spiegare, rendere le donne più consapevoli, anche se mi costa tempo e fatica. Sul lavoro cerco di essere il più esplicativa possibile, le pazienti devono uscire dal mio studio avendo capito cos’hanno. Cerco di sorridere sempre. Di essere calma anche quando piangono ed io vorrei piangere con loro (a volte lo faccio). Di renderle autonome nel loro percorso di cura, perché non devono dipendere da me e nemmeno pagarmi la crociera sul Nilo (prossimo viaggio dei sogni dopo il Giappone), devono essere consapevoli e contente di aver speso con me due ore della loro vita, perché solo così porteranno sempre nella loro testa ciò che hanno imparato e lo diffonderanno.

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“Il diritto di informazione” – Presentazione a teatro

Sempre parlando di piattaforme virtuali, che cosa ti offre maggiormente l’utilizzo di Instagram a livello professionale e personale? Quali sono i benefici e l’arricchimento che trai dalla gestione quotidiana del tuo profilo?

Ho aperto il mio account in un momento tristissimo della mia vita: laureata con lode che come unico lavoro poteva aspirare a fare la babysitter. E quello ho fatto. Ma non mi bastava e sapevo che potevo dare di più rispetto a cantare gioiosamente Baby Shark (+ balletto, of course). Ho fatto un corso sul pavimento pelvico e Violeta Benini ci aveva spiegato un pochetto di Instagram (che io usavo solo per vedere adorabili gattini, volpi e ricci fescion). Sull’Italo di ritorno apro l’account e comincio. Sapevo che volevo parlare di biologia, di anatomia e di pavimento pelvico, ma che volevo fare anche empowerment per chi mi avrebbe seguita. Decido a grandi linee il feed, comincio a fare le storie, le prime super imbarazzanti ed imbarazzata. Ricevo i primi complimenti che rinforzano l’idea e mi fanno sentire meno “sprecata”. I follower crescono e in un mese e mezzo raggiungo quelli del mio profilo personale aperto 5 anni prima. Capisco che sto facendo la cosa giusta, fino a decidere di aprire la partita IVA e di fare oltre che parlare. Instagram mi permette di raggiungere molte persone, di aiutarle e di essere io stessa aiutata ed educata a mia volta. Sto scoprendo un mondo di inclusività stupendo e sono molto orgogliosa della mia rete di adorabili profili/persone con cui mi confronto. Vorrei tipo abbracciarli tutti, voi due per primi.

Essendo amanti della pianificazione, non possiamo non porti quest’ultima domanda: quali obiettivi ti piacerebbe raggiungere in futuro, sia a livello lavorativo che personale? Hai già qualcosa che bolle in pentola per l’immediato futuro?

Anche io adoro pianificare, vi manderò la foto della lavagna che usavo per scrivere la tesi con lo SCRUM method. Allora, come account vorrei arrivare allo swipe up, che poi non avendo un sito al massimo linkerei video di gattini su YouTube, ma lo vorrei comunque. Vorrei anche far partire il progetto Embriologia, ossia una gravidanza dal momento in cui è appena pensata dalla coppia fino al parto, seguendo settimana per settimana cosa succede nel pancione. Nella mia testa è molto social perché decideremmo insieme il sesso, se starà con la testolina o i piedini all’ingiù e tanto altro. È un progetto evidentemente immane e devo riuscire a trovare un ritiro dove poter pianificare senza distrazioni.

A livello personale dirò solo che sento un certo desiderio, ma non aggiungo altro che poi parte subito la sfiga e io che sono ostetrica riesco ad immaginarle tutte, una per una! A livello lavorativo vorrei riuscire a far partire un paio di progetti scolastici per studenti e insegnanti sulla prevenzione delle disfunzioni del pavimento pelvico e la “giornata della studentessa”, ovvero un giorno al mese/ogni due mesi in cui presentandosi con il badge universitario (indipendentemente dall’età, che io ne so qualcosa) si può accedere ad una valutazione a prezzo “universitario”. Il “credo nelle donne” deve essere dimostrato anche così, e dato che credo anche nel Sistema Sanitario Nazionale, nonostante a volte sia carente, allora lo faccio io, ma cercando di non arricchirmi alla faccia di chi sta male. Che poi non dormo bene e bruxo.

Allora, vi siete innamorat* anche voi di questa splendida donna? Volete assolutamente conoscerla meglio e seguire tutti i suoi progetti? Potete seguirla su Facebook e Instagram per rimanere aggiornati su tutto ciò che produce la sua testolina creativa e interagire con i suoi contenuti.

Se invece desiderate prenotare una visita, potete contattarla tramite Facebook Messenger, Instagram Direct o Whatsapp (351-8629262). Silvia offre anche consulenze a distanza per prendersi cura del pavimento pelvico e gli stili di vita adeguati, oltre a corsi di accompagnamento alla nascita. Sulla sua pagina Facebook potete trovare la lista dei principali servizi offerti (compreso il massaggio neonatale e la riabilitazione del pavimento pelvico) con i relativi prezzi, oltre a diverse dolcissime recensioni.

Dove riceve su appuntamento Silvia Boselli?

  • Tutti i lunedì presso la palestra BodyCube Fitness a Milano
  • Martedì, mercoledì e sabato mattina nello studio di Varese

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Ci teniamo infine a ringraziare le persone presenti nelle foto per aver acconsentito alla loro pubblicazione: Silvia, Luca, Stefania con la figlia Bianca e ovviamente la Sibby. E naturalmente un enorme grazie di cuore a Silvia per aver accettato di essere intervistata, ma soprattutto per averci offerto risposte uniche, oneste e personali. Speriamo che quest’intervista vi sia piaciuta tanto quanto è piaciuta a noi. Fateci sapere cosa ne pensate, e se avete già in mente qualcun* da proporre come prossim* ospite, suggeritecelo qui sotto o su Instagram. Noi abbiamo già qualche idea e presto ci metteremo all’opera 😉

Come sempre, lo spazio per i commenti è aperto anche a chiunque abbia domande, dubbi o feedback da inviare. Se desiderate invece contattarci privatamente, ci trovate su Instagram come @sessolopotessi o nella sezione Contatti di questo blog.

Buona sessualità a tutt*! ♥

Disclaimer: non siamo psicologi né sessuologi, ma la sessualità è comunque una nostra grande passione. Per domande, problemi o dubbi, suggeriamo sempre di rivolgersi ad un espert*, rimanendo però disponibili a scambiare con voi quattro chiacchiere sul tema.