Mia nonna (non) era femminista

Per chi non lo sapesse o non seguisse le nostre Instagram Stories, ho perso entrambi i nonni materni a gennaio, a distanza di soli dieci giorni l’una dall’altro. In questi mesi ho avuto modo di riflettere sulle loro vite e su ciò che mi hanno insegnato, oltre che di fare un confronto obiettivo tra loro e i miei nonni paterni, entrambi ancora in vita. Riflettendo sulle esperienze di queste quattro persone, mi sono accorta che ognuna di loro, senza saperlo, mi ha insegnato qualcosa sul femminismo. Qualcosa che forse non sapevano nemmeno loro.

F. e M. erano i miei nonni materni; M. mi ha cresciuta come una figlia, facendomi molto spesso da mamma. Era disposta a tutto per me e mia sorella, eravamo i suoi gioielli. L’amore che dimostrava a noi due era quello con la A maiuscola, ma questo mi portava a dubitare di un altro tipo di amore, quello tra lei e mio nonno. F. era il maschilista per eccellenza: denigrava sempre sua moglie semplicemente per il fatto di essere donna, gestiva tutti i soldi del suo nucleo familiare, compresi quelli di M. Per questo motivo, mia nonna non ha mai potuto spendere a suo piacimento stipendio e pensione: quelli erano soldi suoi a tutti gli effetti, ma finivano sempre per essere amministrati da mio nonno. Lei riceveva da F. 20-30 € a settimana, niente di più.

I soldi per i quali aveva lavorato e faticato tanto, non erano più in mano sua, non lo erano mai stati. Ricordo di essere andata a trovarla con C. durante uno dei suoi tanti ricoveri ospedalieri, a settembre del 2019; sento ancora la sua voce risoluta dirmi che, una volta tornata a casa, avrebbe chiesto a nonno di darle almeno 350 € al mese, la metà della sua pensione. Nonostante tutto, mio nonno aveva poi accettato la sua richiesta e le aveva quindi concesso quei soldi. Peccato che nonna se la sia potuta godere solo per qualche mese.

Cosa spinge una persona ad aspettare più di 55 anni di matrimonio per fare una richiesta del genere? Cosa la porta a chiedere solo metà pensione, invece della cifra completa? Come può sopportare per decenni che i soldi guadagnati con fatica vengano gestiti interamente da un’altra persona, che ogni spesa, anche la più piccola, venga controllata e criticata dal marito? Onestamente, non lo so. Con il poco che riceveva, si dimostrava sempre una formichina: di quelle decine di euro che otteneva da mio nonno ogni settimana, spendeva pochissimo e metteva da parte il resto. Non li teneva per sé, li risparmiava per me e mia sorella, per darceli a Natale, a Pasqua e ai compleanni. Non voleva quei soldi per se stessa, anche se ne avrebbe avuto tutto il diritto. “Voglio che entrambe possiate comprarvi un Bimby, sto mettendo i soldi da parte ma costa tanto, ci metterò un po’”.

Ho sempre dubitato dell’amore tra i miei nonni materni, non ho mai visto alcuna dimostrazione d’affetto da parte di nessuno dei due. C’erano solo litigi continui, insulti, grida. Mio nonno non ha mai alzato un dito su di lei, ma la violenza psicologica che le ha inflitto era reale e indiscutibile. Mia nonna era succube di lui, schiava di un concetto d’amore che l’ha costretta a rimanere fino alla fine in una relazione senza rispetto. Quando lui andava al mare per qualche giorno, lei era felice, leggera, libera di fare ciò che desiderava. Era la prima a sperare che lui scegliesse di passare il weekend altrove, ed era realmente sollevata quando accadeva, ma non appena mio nonno telefonava confermando l’ora di arrivo del treno di ritorno, per lei era la fine. Da quel momento si posizionava davanti alla porta, seduta, ad attendere il suo arrivo. Sarebbe potuto entrare da un momento all’altro, e lei sarebbe dovuta essere pronta a sottostare a ogni suo ordine.

Mio nonno l’ha sempre controllata in tutto: non mangiare il pane, guarda che ingrassi, lavati il collo, non dovevi comprare questo, quello costava 20 centesimi in meno, non dovevi dire quella cosa a Tizio, perché hai parlato con Caio, non sai fare nulla, faccio tutto io qui, mi fai proprio pena. Lei sulle prime si disperava, piangeva, veniva da noi al piano di sopra per sfogarsi e lamentarsi. Peccato che dopo cinque minuti fosse di nuovo pronta a fare tutto ciò che voleva lui.

I miei nonni paterni, invece, sono (quasi) un’altra storia. G. e O. sono sposati da 55 anni e tra di loro c’è molta più collaborazione. Nonostante questo, mia nonna comanda G. a bacchetta, criticandolo su parole, gesti e opinioni. Quando è intorno a lei, mio nonno è un agnellino: non è triste, ma non è nemmeno felice. Rimane lì tranquillo, pacato, ogni tanto dice qualcosa, senza però mai sbilanciarsi troppo. Posso affermare che nel suo caso si tratta anche di una questione caratteriale, ma il comportamento di mia nonna nei suoi confronti ha senza dubbio contribuito ad accentuare questo suo modo di essere. La maggior parte delle volte non può dire o fare nulla senza che una critica pesi sulla sua testa come un macigno. A lui non sembra importare, scaccia via il giudizio, fa un piccolo sbuffo e tutto torna come prima, ma quanto di questa reazione deriva da anni e anni di rassegnazione? Non l’ho mai sentito ribattere in modo brusco, seccato o infastidito; ogni tanto le risponde a tono, ma senza mai mancarle di rispetto o offenderla.

Nonostante l’età e l’epoca in cui è nato, mio nonno è fantastico con la gestione della casa: pulisce, lava, si occupa dei piatti, mentre mia nonna cucina e spolvera. Quando sua sorella va a stare da loro durante il periodo invernale, lo guarda storto ogni volta che lo vede fare “cose da donna”, che secondo lei poco si addicono a un uomo. Su questo i miei nonni sono grandiosi, si dividono commissioni e lavori di casa come una squadra e collaborano alla grande. Tra di loro c’è indubbiamente affetto, si vede da come spesso interagiscono in modo scherzoso e da come si relazionano, ma manca forse un qualcosa di fondo che crei una reale parità all’interno della coppia, una componente basata su rispetto e comprensione reciproca.

Tirando quindi le somme, cosa ho imparato sul femminismo dai miei nonni? Cosa ho tratto da due relazioni così diverse, ma con qualcosa in comune? Dopo aver letto l’articolo, qualcun* potrebbe rispondere “niente”, ma mi permetto di dissentire. Ho imparato a notare la disparità, l’ingiustizia, la mancanza di rispetto, la carenza di comunicazione, l’annullamento totale di una persona. Ho iniziato a riconoscere questi comportamenti e a evidenziarli prima di tutto all’interno della mia famiglia, e poi al di fuori.

Ho capito ciò che non voglio da una relazione, come io e il mio partner meritiamo di trattarci l’un l’altro. Ho imparato che una donna ha il diritto di gestire le proprie finanze, mangiare ciò che vuole, vestirsi come vuole. Femminismo non significa sottostare all’uomo che ti comanda a bacchetta, ma nemmeno criticare a tutto spiano il tuo partner e imporre il tuo giudizio a prescindere. Femminismo è parità, rispetto, empatia. E trovare tutto questo nella mia famiglia è una missione impossibile.

Spero davvero che questo articolo vi sia piaciuto e vi abbia portat* a riflettere anche sulle vostre dinamiche famigliari, più o meno strette, e su ciò che vi hanno insegnato. Come sempre, lo spazio per i commenti è aperto anche a chiunque abbia domande, dubbi o feedback da inviare. Se desiderate invece contattarci privatamente, ci trovate su Instagram come @sessolopotessi o nella sezione Contatti di questo blog.

Buona sessualità a tutt*! ♥

Disclaimer: non siamo psicologi né sessuologi, ma la sessualità è comunque una nostra grande passione. Per domande, problemi o dubbi, suggeriamo sempre di rivolgersi ad un espert*, rimanendo però disponibili a scambiare con voi quattro chiacchiere sul tema.

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